Conoscenza, connessioni, intuizioni: zainetto per comunicatori ispirato da Pompei.
Pompei è un pesce. Guardo la mappa di Pompei e un’assonanza stilistica del perimetro stilizzato mi rimanda al noto “Venezia è un pesce” di Tiziano Scarpa.
Sono memorie visive, connessioni che si attivano, semplici background territoriali e culturali. Quanto contano per i comunicatori? Per chi si occupa di relazioni con i media, di ufficio stampa, di progetti e strategie di comunicazione, di ambiti artistici o diversissimi come quelli economici-finanziari, servono davvero? Eppure, eppure, memorie visive, connessioni che si attivano, background culturali contano eccome.
La cultura umanistica che ci portiamo appresso è uno zainetto che cresce nel corso della vita, un bagaglio che ci rende lettori e decifratori della realtà umana nel senso più ampio. Un background che stimola la creatività e spara guizzi intuitivi affinati dalla capacità di immaginazione: tutto conduce alla ricercare si soluzioni impensate. Dove contano tempi e modi. Il linguaggio più è ricco più ha parole per raccontare la realtà, le persone e le aziende di cui spesso ci occupiamo. L’esperienza ci permette di imparare i tempi e i modi dell’agire per mantenere quei legami che via via ci interessa mantenere, sviluppare, abbandonare. Formazioni verticali specializzano; formazioni orizzontali consentono aperture.






Nel 2022 il ritorno a Pompei è un viaggio che fa riflettere sul senso della cultura classica per comunicatori e relatori pubblici.
Dicevo, nel 2022 ritorno a Pompei in un viaggio che unisce fascino e sfida: alle 10 del mattino Pompei registra 37 gradi. «Un fine giugno particolarmente caldo.» ci dicono diversi napoletani incontrati in quei giorni. Per Pompei – senza alberi, senza ripari tranne qualche muro di cinta, ciò che resta in abbondanza sono i muri perimetrali o interni di qualche casa sventrata ma la larghezza delle ombre dipende dal movimento del sole allo zenit. C’è anche qualche fontanella per riempire le bottigliette d’acqua e bagnare la testa. I viaggiatori cercano riparo nelle laterali strette della principale Via dell’Abbondanza. Si spera in qualche angolo più riparato. Pompei ha una temperatura sfidante, ma è anche il premio per chi pratica lo sport estremo della pura passione per l’arte.
«A Pompei due passi separano la vita antica dalla vita moderna»
Théophile Gautier, 1852
Pompei non è solo immobile da trent’anni – la mia ultima visita – è immobile da 4000 anni: cosa saranno questi ultimi trenta? Poche, pochissime cose sono cambiate dal giugno 1992, qualche allestimento: teche coi calchi umani dentro la stanza di una casa, la meravigliosa statua equestre di Mitoraj, ricordo di una mostra al parco archeologico ospitata postuma tra il 2016 e il 2017. Il dialogare con l’antico di Igor Mitoraj, scultore e pittore polacco, visto al Fori traianei a Roma nel 2005 quando ancora era in vita, da sempre mi affascina.
Ci sono pochissimi italiani a Pompei, un gruppo di bresciani ci fa saltare la coda per il lupanare che ormai vedi in tre minuti: entri in una porta ed esci da quella opposta, ma la coda per entrare è lunga. Avrei rinunciato sapendo che i tesori veri, le più belle pitture parietali, i mosaici della casa del Fauno e di quella dei Vetii, il mosaico con Alessandro Magno li avrei trovati il giorno dopo al MANN, ma i bresciani sono così solidali e la temperatura ha ormai superato i 40 gradi che accettiamo.






Ricalco i passi di tanti romani di quattromila anni fa fino a quell’agosto o ottobre del 79 d.C. Dal 2018 qualche ricercatore ipotizza che fosse autunno il giorno dell’eruzione, ottobre e non agosto: dalle vesti, pesanti dal cibo ritrovati. Il dilemma della datazione è tornato alla ribalta durante l’ultimo ritrovamento pompeiano, nel giugno 2022: la tartaruga morta col suo piccolo uovo.
Famiglie con figli, gruppi di amici, amiche, studiosi, adulti senza figli. Pochissimi italiani. Tanti inglesi e americani che chiedono cose diversissime e ai quali le guide rispondono altrettanto diversamente, con ricchezza di particolari oppure decisamente fast. Alcune sono spiegazioni divertenti: le guide si avvicinano agli interlocutori.
Ritorno all’iperbole iniziale, a quella piantina dove Pompei mi sembra un pesce, anche arrabbiato. Sobbalzerà più di qualcuno, a partire dallo stesso Scarpa. Ma se mi avessero chiesto di paragonare Pompei a Venezia sarei partita da quello e poi avrei trovato i legami costruendoci un racconto. Se un giorno avrò del tempo lo farò. Per ora sono contenta di ciò che mi ha dato l’esperienza di fine giugno in cui ho sfidato la canicola non solo per delle emozioni momentanee ma per rifornirmi di un magma di informazioni-suggestioni-domande che arricchiranno lo zainetto dell’altro viaggio, quello della vita umana e professionale. Una zainetto che – sono certa – in alcune occasioni trovandomi anche a dover scrivere di economia saprò attingervi. Sembra astruso ma non è così. A voi la piantina di Pompei non ricorda un pesce?

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