Giorgio Celiberti è uno degli ultimi artisti friulani che ha attraversato buona parte del Novecento. Di lui si è detto tanto, ma una cosa forse rimane poco approfondita: la “serie delle Finestre”. Squadrati totem di legno e vetro, dipinti e graffiati, con finestre che spesso si aprono da ambo i lati e rivelano segni, colori, disegni. Le finestre sono le uniche opere che il Maestro non ha mai voluto vendere, tranne una, che ora rivorrebbe con sé.

Celiberti, a 92 anni, può permettersi di guardare indietro ad una vita ricca di occasioni, di viaggi, di incontri. Una vita in cui la proficua produzione artistica è conseguenza della sua urgenza di raccontare che trasforma i ricordi in oggetti. Uomo umile e gentile, profondo e ironico al tempo stesso, vive in uno studio-museo di via Fabio di Maniago a Udine. Lo studio è frequentato da molti visitatori che lo omaggiano frequentemente e da una moltitudine di opere che arredano lo studio: tele, disegni, stampe, totem e molte sculture.

Mi è capitato di visitarlo spesso lo studio nell’ultimo anno, grazie anche al gruppo di sculture – l’installazione delle caprette – acquistato nel 2021 dai Copetti per il Parco Sculture di Premariacco (Udine) del quale ho curato la comunicazione (l‘approfondimento sulla comunicazione di arte e natura alla Braida Copetti qui)

Mia madre da piccolo mi regalò una stanza. Era una stanza vuota in cui io facevo dei buchi alle pareti per metterci dentro sculturine, frammenti o insetti che poi chiudevo con vetro e stucco. Erano un po’ come finestre, una cosa che amo molto del mio lavoro.

Giorgio Celiberti ha attraversato gli ultimi settant’anni anni esprimendo la vita, la natura, la memoria attraverso scrittura e colore, pittura e scultura. Scrisse Amedeo Giacomini che dopo Medardo Rosso è l’artista che meglio fonde per osmosi pittura e scultura (1). I cuori stilizzati, la sua personale cifra stilistica, esplodono dopo l’incontro nel 1965 con il campo di concentramento di Terezin (Theresienstadt)  vicino a Praga. Un incontro che lo segnerà per tutta la vita e che tutt’ora dopo oltre cinquant’anni vela di emozione gli occhi chiari.

Tra i grandi temi di Giorgio Celiberti: uomini, natura e animali nel fluire della vita. La sua arte è un linguaggio universale, comprensibile, coinvolgente; un linguaggio del pensiero e del cuore. 

La vista delle sofferenze inflitte ai bambini ebrei in quel campo durante la Seconda Guerra mondiale, lo porta a dipingere farfalle vivaci e libere, pattern con cuori stilizzati, croci che ricordano quelle usate per segnare i giorni di permanenza al campo, e che parlano di sofferenza, di dubbio e di vita tradita. Cancellature, segni e piccoli graffiti trasmettono emozioni, paure, sogni e speranze dei bambini costretti nel lager. Celiberti, assorbite quelle immagini, sente esplodere dentro di sé una scintilla e poi una grande energia. La via della speranza è l’amore universale dove l’uomo potrebbe salvarsi scegliendo la via del bene. Terezin fu un finto campo modello, che privò della libertà prima e della vita poi, tanti bambini. Un campo usato dai tedeschi come specchietto per le allodole durante le visite della Croce Rossa Internazionale e l’unico che abbia mai avuto un’orchestra di musicisti. 

«Quello fu il momento più drammatico della mia storia di pittore, prima dipingevo nature morte, animali, interni, esterni, in un modo più o meno astratto; poi mi sono imbattuto in quei muri con i segni dei bambini, in quelle tragiche finestre, in quei cuori rossi e bianchi, in quelle cancellature, elenchi, farfalle, piccole foto, colonne di numeri. Da quel momento ho vista tutta la mia pittura per segni e testimonianze, come qualcosa che meritasse di essere riferito perché già aveva durato la fatica di vivere e sopravvivere questa strana vita-morte che mi commuove.» Giorgio Celiberti 

Ciò che interessa il pittore è comunicare passioni, sentimenti, pensieri, attraverso opere intense di contenuti, di colori, di materia. In tal senso è un uomo e un artista generoso. Per questo approfondire il suo legame speciale con la Serie delle Finestre da cui non si vuole separare sarebbe davvero interessante.

Dalle opere bidimensionali a quelle tridimensionali. La scultura dagli anni Sessanta affianca la pittura. 

Per me pittura e scultura sono la stessa cosa. Con il mio lavoro vorrei poter dire qualcosa che sia un augurio per i giovani, gli uomini di domani.

Gli anni Sessanta sono anche quelli dell’affiancamento della pittura alla scultura, anche se egli non è nuovo alla terza dimensione: Celiberti bambino modellava piccoli oggetti in creta e stucco, compresi a quelli che metteva nei buchi sulla parete di casa.

Celiberti dice «per me pittura e scultura sono la stessa cosa». Negli anni per le sculture ha scelto vari materiali: bronzo,  pietra,  ceramica, alluminio, vetro, legno cemento, terracotta e gesso per le fasi preparatorie. Se ha guardato alla storia l’ha fatto per rielaborarla in chiave contemporanea. Oggi lo studio è traboccante di incisioni, terrecotte policrome, piccole sculture e grandi stele, gioielli e i cippi all’esterno. Colpisce la personale galleria faunistica successiva ai temi monumentali dei cavalli e cavalieri: gatti, leoni, tortore, gufi e altri uccelli, capre.

«Giorgio Celiberti, si è formato a fianco di due artisti, Emilio Vedova e Tancredi, che hanno costituito in modi opposti esperienze molto riconoscibili della ricerca non figurativa di questo secolo: Vedova con una pittura di azione, segnale di un confronto con la storia, e Tancredi con una pittura lirica, segnale di una visione intimistica, privata, una dimensione nella quale l’amore e la passione sono i dati più importanti, anche contro la storia.» Vittorio Sgarbi

Al centro, una delle Finestre di Giorgio Celiberti

Breve biografia di Giorgio Celiberti

Iniziato alla pittura dallo zio materno, frequenta il liceo artistico a Venezia e poi l’Accademia di Belle Arti, dove fu allievo di Emilio Vedova e compagno di Carlo Ciussi e Marco Fantini con cui condivideva una camera-studio. Ancora 18enne viene ammesso, nel 1948, alla prima Biennale d’arte di Venezia del dopoguerra con il dipinto La ferrovia. Nei primi anni ’50  si trasferisce a Parigi e poi a Bruxelles ricchi in quegli anni di fervore culturale. Gli ultimi anni ’50 è a Londra, a contatto con l’espressionismo di Bacon e Sutherland, e poi viaggia in USA e America Latina per lunghi periodi. Al rientro in Italia si trasferisce a Roma e frequenta gli artisti di punta del panorama italiano. Il ritorno a Udine, verso la metà degli anni Sessanta, ha consentito a Celiberti di avviare un lavoro di riflessione su se stesso, che dura tuttora, ricco di esiti creativi caratterizzati sempre da una divorante ansia di sperimentazione. In 70 anni di profonda ricerca interiore, è stato invitato alle rassegne d’arte più importanti del mondo tra Oriente e Occidente e ha le sue opere esposte in permanente in importanti musei. 

1 «forse per la prima volta dopo Medardo Rosso si ha un’osmosi perfetta tra lo specifico della pittura e quello della scultura, un risultato davvero invidiabile e sorprendente.» Amedeo Giacomini

2 https://www.youtube.com/watch?v=SdHrq6HwXLk

[Tutte le foto ad eccezione di quella della Finestra sono di @Zoprai – proprietà di Giorgio Celiberti]

About the Author: Anna Romanin

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By Published On: Maggio 1st, 2022Categories: Arte, comunicazione